L'assurdo mestiere

6 Marzo 2007


Ci metterò la mani e un genio da inventore
Ci metterò un dolore che so io
Ci metterò l'asfalto e il sogno di un attore
Che appoggia il manoscritto sul leggio
E tirerò il cemento come un muratore sa non è possibile
E tesserò una tela che sarà una vela grande e irrestringibile
E tergerò la fronte con la mano aperta per il gran sudore
E accorderò strumenti con il tocco esperto che ha un suonatore
Mi metterò seduto li a impagliare sedie per sedermi insieme
Mi stupirò di non averlo fatto mai e di averlo fatto bene
Perché c'è sangue, c'è fatica, c'è la vita
Anche se a volte ci si spezza il cuore
In questa assurda specie di mestiere
Benedetto tu sia per quel ciuffo di pelo nero
Che se l'hai fatto tu non è cosa brutta davvero
E per le storie eterne dei cartoni animati
Per quei pazzi o quei saggi che li han disegnati
E per quel che si mangia si respira e si beve
Per il disegno allegro della pipì sulla neve
E per le cose tonde e per le cose quadre
Per le carezze di mio padre e di mia madre
Per il futuro da leggere invano girando i tarocchi
Per le linee della mano diventate rughe sotto gli occhi
Perché tutto è sbagliato ed è così perfetto
Per ciò che vinco e ciò che perdo se scommetto
Tu sia benedetto
Benedetto tu sia
Per avermi fatto e messo al mondo
E per quel che ho detto prima ti perdono
Di non avermi fatto alto e biondo
Ma così stupido e così vero
Con l'eterna paura dell'uomo nero
E del viso bianco come calce
Di quella sua signora con la falce
Che come tutti prima o poi mi aspetto
E per cui altri ti han benedetto
Ma io no
Mi dispiace ma sono solo un uomo e non ne son capace
Ma c'è una cosa che ti chiedo ed è un favore
In cambio del bisogno del dottore
Mentre decidi ogni premio e ogni castigo
Mentre decidi se son buono o son cattivo
Fa che la morte mi trovi vivo
E se questo avverrà io ti prometto
Che mille e mille volte ti avrò benedetto
E se per caso non ci sei come non detto
E avrò davanti agli occhi la mia mano aperta per il troppo sole
E andrò verso la notte con il passo calmo del seminatore
Aspetterò seduto lì per dare un nome all'ombra di qualcuno
Che per un poco sembrerà sia tutti e non sarà nessuno
Perché c'è sangue, c'è fatica, c'è la vita
Anche se a volte ci si spezza il cuore
In questa assurda specie di mestiere
Che è l'amore

Giorgio Faletti

L'infezione

20 Febbraio 2007

Se nella mano non hai ferite, tu puoi tenere in mano il veleno, perché non cè avvelenamento dove non cè ferita. In modo analogo, non cè male per chi non ne commette.

Basta solo una screpolatura, una lacerazione minima o un piccolo taglio della cute ed ecco che linfezione sinsedia, il veleno sincunea, il morbo si trasmette. Parte da questa semplice rivelazione il detto della Suttapitaka, un testo della tradizione spirituale indiana: se si lascia aperto un varco, il male sinsinua nellanima e progressivamente lavvelena. Si delinea, così, una sorta di legge dello spirito che è formulata in maniera radicale da quel testo: «Non cè male per chi non ne commette». Ora, noi sappiamo che le cose sono spesso più complesse perché la creatura umana è non solo limitata, fragile e debole ma è anche immersa in un mondo che la assedia e la insidia.

C'è, quindi, una labilità di partenza, quella che la tradizione cristiana ha chiamato «il peccato originale». Detto questo, però, è altrettanto vero che la superficialità, lorgoglio e lincoscienza spingono la persona umana a non curarsi né delle ferite né del rischio di essere infettata dal male. Un autore "laico" come il critico ottocentesco Francesco De Sanctis, nella sua popolare Storia della letteratura italiana, annotava in modo acuto: «Quando un male è sparso dappertutto e diventa così ordinario che se ne ride, è cancrena e non ha rimedio». Ecco, ciò che manca ai nostri giorni è questa consapevolezza; si fa prevenzione contro tutti i rischi con vaccini di ogni genere, ma non si ha nessuna profilassi o tutela dellanima. E così, attraverso le piccole ferite della superficie della vita, passa un contagio morale che intossica la coscienza e il cuore.

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